martedì 28 agosto 2012

giovedì 23 agosto 2012

lunedì 20 agosto 2012

L’Asinara, i pentiti, Napolitano e Nostradamus

La chiusura delle supercarceri, i collaboratori e le scelte del governo Prodi

Botta e risposta tra Giovanni Maria FlickMarco Travaglio sul fatto quotidiano del 19/08/2012

Caro Direttore, una settimana fa (Il Fatto Quotidiano dell’11 agosto) Marco Travaglio si è chiesto: “Perché tanti ostacoli e resistenze alla verità sulle trattative Stato-mafia?”.
E si è dato la risposta: “Perché è al potere la stessa classe dirigente di vent’anni fa”.
SI SPIEGHEREBBE così – tra l’altro – l’asserita contrarietà del Pd alla ricerca della verità, a causa del coinvolgimento di molti “suoi” esponenti: “Le supercarceri di Pianosa e Asinara furono chiuse quand’era ministro della Giustizia il suo Flick e ministro dell’Interno il suo Napolitano, che subito dopo invocò una legge contro i pentiti (a suo dire ‘t roppi ’: i pentiti, non i mafiosi) e fu prontamente accontentato”. Le cose non andarono affatto così e il presidente Napolitano non ebbe alcun ruolo nella vicenda supercarceri. Mi permetta di ristabilire i fatti. In un successivo articolo, se vorrà ospitarlo, vorrei esprimere qualche riflessione. La verità è da me desiderata ed è a me cara quanto a lei e al suo vicedirettore, e soprattutto - in questo caso - agli oltre 117mila lettori che hanno già sottoscritto l’appello a sostegno dei magistrati di Palermo e Caltanissetta. Molti firmatari, ricorda lo stesso Travaglio, “non erano neppure nati” all’epoca dei fatti. Questo accresce la responsabilità e il dovere di chiarezza verso le nuove generazioni, da parte di tutti: rappresentanti delle istituzioni, politici, magistrati, anche giornalisti. La data di morte delle supercarceri di Pianosa e dell’Asinara era già scritta sul certificato di nascita del 1992 (ed io, semmai, contribuii a prolungarne la breve vita): la legge sulle aree protette, in vigore da un anno, prevedeva l’istituzione dei Parchi di Pianosa e del-
l’Asinara, e la chiusura dei penitenziari lì presenti da oltre un secolo. Il Parlamento concesse tre anni, fino al 31 dicembre 1995. Nella legislatura successiva, e in vista della scadenza del termine, una risoluzione del deputato progressista Calzolaio fu approvata dalle commissioni Giustizia e Ambiente della Camera (e così fece il Consiglio regionale della Sardegna, anche reclamando un adempimento statutario: l’Asinara spettava al demanio regionale). Al governo Dini furono concessi solo sei mesi in più, fermo l’impegno “a dismettere le strutture carcerarie il prima possibile”. Tre decreti di proroga fino al 1999 non furono convertiti in legge dal Parlamento. Nel 1996 la nuova legislatura e il governo Prodi ereditarono questa situazione. La sensibilità per la tutela ambientale e dei parchi marini era altissima: ministro dell’Ambiente Edo Ronchi, già presidente dei senatori Verdi; sottosegretario il deputato Calzolaio. D’intesa con Ronchi proposi una proroga fino al 30 giugno 1998, ma il Parlamento fissò il termine “i mprorogabilmente non oltre il 31 ottobre 1997”.
In tutta la vicenda, come si vede, il presidente Napolitano non ebbe alcun ruolo.
LA SUCCESSIVA affermazione di Travaglio, apparentemente riferita solo al ministro dell’Interno, riguarda
l’“invocazione di una legge contro i pentiti”, per la quale “fu prontamente accontentato”. Se colpe ci furono, ne sono corresponsabile: sono orgoglioso di aver collaborato con il collega Napolitano, avvalendoci entrambi della straordinaria competenza di Loris D’Ambrosio (allora mio capo di gabinetto alla Giustizia) vero autore del disegno di legge per riformare la disciplina dei collaboratori di giustizia, firmato da Napolitano e me (e anche da Ciampi) nel marzo 1997, approvato dal Parlamento con molte modifiche,
tutt’altro che prontamente, nel 2001 due anni dopo la caduta del governo Prodi. Non c’è nulla di oscuro in quel disegno di legge, nulla contro l’istituto dei collaboratori di giustizia. Potrei tentare di dirlo in tanti modi, ma credo siano più efficaci e credibili le parole di Maria Falcone, sorella di Giovanni, nell’introduzione al volume “Testimoni e collaboratori di giustizia”, che Loris D’Ambrosio pubblicò nel 2002: “Il dato storico e statistico ci dice che dopo le stragi il numero dei pentiti è lievitato in modo esponenziale (…) I ministri dell’Interno e della Giustizia presentarono nel 1997 un disegno di legge con le soluzioni normative necessarie per rendere il sistema più trasparente senza pregiudicarne l’efficacia”.
Nel 1996, 7.020 persone protette, tra cui 1.214 collaboratori e 5.747 familiari. Grazie per l’ospitalità.
Giovanni Maria Flick giurista, ex Guardasigilli del governo Prodi

Ringrazio il professor Flick per le sue riflessioni e i suoi ricordi che però, lo dico con rispetto ma con altrettanta franchezza, non mi convincono. Naturalmente gli fa onore il suo sforzo di tenere il presidente
Napolitano al riparo da ogni critica, al punto da trasformarlo da energico ministro dell'Interno del primo governo Prodi a semplice passacarte di decisioni altrui. So bene che le supercarceri di Pianosa e Asinara,
bestie nere dei boss mafiosi, furono chiuse con la motivazione ufficiale dei parchi. La politica ha il compito di scegliere e il Parlamento e il governo di allora fecero la loro scelta: in un (rarissimo, vedi 40 anni di Ilva)
empito di ecologismo, restituirono le due oasi marine alla loro vocazione turistica e ambientale, di conseguenza, rispedirono vicino a casa i boss mafiosi che dal 1992 vi erano reclusi al 41-bis: un 41-bis aggravato dalla lontananza dalle “famiglie ” ( naturali e mafiose) che, come le carte delle inchieste dimostrano, era la prima richiesta dei boss allo Stato. Una maggioranza determinata a respingere non solo quelle richieste,
ma anche il semplice sospetto di cedervi, avrebbe potuto decidere diversamente. Ma non lo fece. E questo è un fatto. Un altro è l'effetto sortito dalla “r iforma”dei pentiti, invocata da Napolitano nel 1996-‘98 (“I pentiti sono 1200, troppi, di più non ne possiamo tollerare”), scritta da Flick e da Loris d’Ambrosio e approvata nel 2001: le collaborazioni di mafiosi con la giustizia che, grazie alla vecchia normativa ispirata da Falcone, erano saliti nel 1993-‘97 a 1500, restarono dopo il 2001 pressoché invariate e i nuovi casi di pentitismo si contarono da allora in poi sulle dita di una mano. Anzi molti pentiti addirittura ritrattarono, pentendosi di essersi pentiti. Il perché è noto: benefici ridotti e sei mesi di tempo massimo per dire tutto (anche con alle spalle carriere mafiose cinquantennali). Un uomo prudente come Piero Grasso, allora procuratore di Palermo, commentò quella legge sciagurata con queste lapidarie parole:“Al posto di un mafioso, non mi pentirei più”. Antonio Ingroia, in un recente saggio, ha ricordato che quella legge, “palesemente ispirata da
forti pregiudizi negativi nei confronti dei collaboratori, determinò... una drastica riduzione del numero dei nuovi collaboratori di giustizia... Fu come il laccio emostatico che consenti àlle organizzazioni mafiose di arrestare l’emorragia di uomini e notizie per la dissociazione di massa che si stava realizzando al suo interno. La mafia riuscì così a limitare i danni e a superare una crisi che prima della legge pareva definitiva. Sotto il
profilo qualitativo, si verificò una taratura verso il basso della qualità delle dichiarazioni dei collaboratori che sembrarono percepire subito il segnale lanciato dallo Stato. Era finita la ricreazione, bisognava rientrare nei ranghi. Certi argomenti tornavano ad essere tabù. E infatti improvvisamente i collaboratori, tranne poche eccezioni, hanno smesso di fornire nuove notizie sui terreni più delicati, come quelli dei rapporti mafia e
politica, mafia e istituzioni. A ogni modo, il risultato fu l’improvvisa neutralizzazione delle potenzialità di uno strumento investigativo e di un mezzo di prova straordinario e indispensabile qual era stato fino a quel
momento”. Mi limito ad aggiungere un altro fatto: che tra le richieste del papello di Riina c’era, insieme allo smantellamento del 41-bis e delle supercarceri di Pianosa e Asinara e a un migliore trattamento delle “famiglie ” dei detenuti, anche la legge dei pentiti (quella originaria, che li incentivava, non li scoraggiava). Se aggiungiamo che negli anni 90, al ministero della Giustizia e precisamente al Dap, vi furono varie manovre per favorire la “dissociazione” a costo zero dei boss (altro punto qualificante del papello), le conclusioni possibili sono solo due: o la trattativa fra pezzi dello Stato e Cosa Nostra c’è stata, e non s’è certo fermata al 1994; oppure Totò Riina è Nostradamus.
Marco Travaglio

martedì 14 agosto 2012

La fu Unità e il direttore en travesti: il pietoso caso del Sardo-Boni

Pubblicato dal Fatto quotidiano del 14/08/2012
Fino all’altro giorno era una diceria, ma ora è certezza: il “Cristoforo Boni”che ogni giorno, sulla fu-Unità, manganella il Fatto con particolare attenzione per Marco Travaglio, altri non è se non il direttore Claudio Sardo.
Ieri il Sardo-Boni tentava spericolatamente di dimostrare che “Grillo e Travaglio” sarebbero nientemeno che i “difensori del Porcellum”, addirittura “giocando di sponda con l’altra brillante coppia Gasparri-Calderoli”, per il sol fatto di avere criticato l’inopinato attivismo del presidente Napolitano sul tema della riforma elettorale, che
come ognun sa (tranne Sardo-Boni e Napolitano) non compete al capo dello Stato, ma al Parlamento. Forse il Sardo-Boni non sa che Il Fatto e dunque anche Travaglio hanno sostenuto la raccolta firme per il referendum Parisi-Segni-Di Pietro che mirava a cancellare il Porcellum, mentre Bersani, e dunque l’Unità, dunque Sardo-Boni, combattevano quel referendum sostenendo che la legge elettorale è “materia parlamentare”.
Infatti, in un anno, il Parlamento non ha fatto nulla.
Del resto il Porcellum piace un sacco al Pd, che nel 2006-2008 ebbe due anni per smantellarlo, invece se lo tenne ben stretto.
Quanto poi alla coppia Gasparri-Calderoli, il Sardo-Boni dovrebbe sapere che Gasparri è alleato del suo
Bersani, non nostro (noi, non essendo organi politici, non abbiamo politici alleati nè soldi pubblici).
E Calderoli nel 2005 scrisse la legge porcata sotto dettatura di Casini, ora alleato di Bersani, non nostro. Resta da rammentare dove si trovava il Sardo-Boni prima di scrivere un libro con Bersani e dunque di ascendere alla direzione del giornale che fu di Gramsci, mentre noi combattevamo il Porcellum e le altre porcate: scriveva sul Mattino della famiglia Caltagirone-Casini.
Dunque non poteva criticare troppo il Porcellum, perché il cognato del padrone non voleva.
Dev’essere per questo che oggi, per sfogarsi sul Porcellum, sul Fatto e su Travaglio, si traveste da Boni.

BANDA LARGA Parte la sfida della fibra ottica

L'internet superveloce può far risalire il Pil, ma chi paga?

SU IL FATTO QUOTIDIANO DEL 14/08/2012 di Giorgio Meletti

Il governo dei tecnici, nella sua crociata per la riduzione del debito pubblico, sembrerebbe pronto a privatizzare anche i marciapiedi, se solo si intravvedesse la possibilità tecnica di applicare una tariffa ai pedoni. Nello stesso tempo il nuovo braccio armato della politica negli affari, la Cassa Depositi e Prestiti, è pronta a sua volta a comprare qualsiasi cosa. Già proprietaria delle rete elettrica di Terna, ha adesso in cantiere l'acquisto di Snam Rete
Gas dall'Eni (una sorta di rinazionalizzazione) edella Fintecna dal ministero dell'Economia. E punta all'operazione più ambiziosa: diventare padrone e arbitro della rete telefonica, il gioiello della corona di Telecom Italia.

Telecom condannata al rame

Alla privatizzazione datata 1997 sono seguiti 15 anni di grandi manovre per far tornare nell'alveo statale il reticolo di fili di rame con cui gli italiani parlano al telefono. Alle ragioni inconfessabili che hanno animato destra e sinistra (dal piano Rovati che coinvolse il governo Prodi nel 2006 alle spallate del berlusconiano Paolo Romani nell'ultimo triennio) se ne affianca una sensata: Telecom Italia non è in grado di fare gli investimenti che servono al Paese. L'ex monopolista telefonico non se la passa bene da quando il brillante finanziere Roberto Colaninno l'ha scalata con soldi presi in prestito dalle banche per poi scaricare tutto il debito dentro il gruppo telefonico. Dopo di lui è toccato alla Pirelli di Marco Tronchetti Pro-vera far crescere ulteriormente il debito

di Telecom Italia. Oggi il numero uno Franco Bernabè deve pagare gli interessi su un debito ancora troppo alto (all'incirca pari al fatturato) ed è poi costretto a distribuire un dividendo altissimo preteso dagli azionisti di controllo (Mediobanca e Intesa Sanpaolo su tutti) per rifarsi del pessimo affare fatto cinque anni fa pagando le azioni Telecom quattro volte il valore attuale.

In fondo alla classifica
Questa premessa è decisiva per capire le ragioni che tengono l'Italia in coda alle classifiche internazionali di diffusione della larga banda, cioè l'internet veloce. Nelle tecnologie digitali siamo al ventiduesimo posto in Europa. Le imprese italiane, secondo il ministero dello Sviluppo economico, pagano una sorta di tassa implicita di 15 miliardi di euro l'anno sotto forma di maggiori costi perla mancata dematerializzazione dei rapporti con lo Stato. La velocità effettiva dei collegamenti Internet degli italiani è inferiore a quella della Libia, dell'Ungheria e di Cipro, e superiore a quella del Kenya. L'Internet a larga banda (cioè con una banda di alcuni megabit, quasi esclusivamente con segnale compresso sul tradizionale cavo di rame detto comunemente doppino) ce l'hanno la metà delle famiglie italiane, contro il 70 per cento delle famiglie francesi e 1'80 per cento di quelle tedesche e britanniche. In cifra assoluta, ci sono in Italia 13,5 milioni di collegamenti abanda larga. Solo l'anno scorso in Cina sono state collegate con la fibra ottica 35 milioni di famiglie. In Italia la fibra ottica ce l'hanno 300mila utenze, grazie a vecchi investimenti fermi da tempo. Ma è nella fibra ottica tutto il problema, ed è la fibra ottica il campo di battaglia perla rete telefonica.

La fibra costa troppo?
L'Agenda digitale della Commissione europea fissa l'obiettivo di dare entro il 2020 un collegamento a 100 megabit di banda almeno a metà delle famiglie. Quella banda è una bomba, ci si può fare televisione ad alta definizione e altre cose che ancora nessuno immagina. Ma il segnale compresso sul doppino non arriva a 100 mega, al massimo può arrivare a 50. Per avere i 100 mega bisogna portare i cavi a fibra ottica dentro casa: una spesa pazzesca, stimata per l'Italia trai 15 e i 25 miliardi (è vero, è poco più del costo previsto per l'alta velocità ferroviaria tra Torino e Lione, ma rimane una spesa pazzesca, mentre il Tav è solo una spesa stupida). Bernabè ci va piano: non ha un soldo e appena gli avanza un euro è costretto a darlo a Mediobanca e Intesa Sanpaolo sotto forma di dividendo (la banca guidata per dieci anni dal ministro dello Sviluppo Corrado Passera è "banca per il Paese" solo nella pubblicità). Dice che non c'è domanda. Per il 2012-2013 spenderà solo 500 milioni di euro, poi arriverà a 2 miliardi in tutto entro il 2014. L'obiettivo è di portare la fibra ottica nelle prime cento città italiane, cioè al 25 per cento della popolazione. Ma non nelle case: la fibra arriverà ai cosiddetti armadi di strada, quelli a pochi metri da casa del cliente. In questo modo si potrà dare una banda di 50 mega. Più che sufficiente, dicono a Telecom, per gli attuali bisogni.
L'alternativa Metroweb
Poi c'è Metroweb l'ambiziosa società controllata dalla Cassa Depositi e Prestiti, con la quale condivide il presidente, l'ex ministro Franco Bassanini. Metro-web vuole spendere 4,5 miliardi di euro pubblici per portare la fibra ottica dentro casa agli abitanti delle prime 30 città italiane entro il 2015. L'idea della Cdp è evidente: vuole creare una società mista a cui Telecom conferisce la rete (che vale secondo le stime tra i 12 e i 18 miliardi) e Metroweb i soldi per fare gli investimenti. Sono in corso colloqui, come suol dirsi, senza che Bernabè impazzisca per il complicato affare. Un mese fa gli è piovuto dal cielo l'insperato soccorso del commmissario europeo Nee-lie Kroes, responsabile dell'Agenda digitale. La commissaria ha detto che per favorire gli investimenti in Europa bisogna dare briglia più sciolta agli ex monopolisti proprietari delle reti: cioè smetterla di imporre loro tariffe all'osso per l'accesso degli altri operatori telefonici alla rete. Se le grandi compagnie faranno più soldi con la rete, dicono a Bruxelles ribaltando una filosofia ultra-decennale, avranno più voglia di investire sulle reti di nuova generazione. Per i sostenitori di un nuovo grande investimento pubblico è una sconfitta. Per Bernabè una vittoria. Anche se al "sistema Paese" resta da vedere se i maggiori profitti promessi da Bruxelles saranno reinvestiti o finiranno in dividendi per Mediobanca e Intesa Sanpaolo.

lunedì 13 agosto 2012

La lista degli immobili

 Più immobili di così, di Claudio Cadei su Italia oggi  del 11/08/2012


CALIMERO E GLI ALTRI QUANDO CAROSELLO ERA MADE IN ITALY

Di Chiara Paolin sul fatto quotidiano del 12/08/2012

CORREVA l’anno 1957 e l’Italia guardava il mondo come un girotondo di sogni, emozioni, futuro.
Era il mondo nascosto dietro i pannelli girevoli di Carosello , la nuova città ideale che debuttava
in bianco e nero sull’unico canale tivù trasmesso dalla Radiotelevisione Italiana.
Una pioggia improvvisa di prodotti e buon umore, liquori seducenti e case di design, cartoni animati e attori famosi prestati al nuovo credo: saremo presto tutti ricchi e felici.
Qualche giorno fa, 337 dipendenti della Richard Ginori hanno abbandonato la sede di Sesto Fiorentino: tutti in cassa integrazione, sperando che qualcuno si faccia avanti a rilevare il marchio.
Per non buttare la bellezza e la memoria di quelle porcellane che tintinnando tra credenzine e pranzi domenicali videro crescere ed esplodere il boom degli anni 60.
Un terremoto di aspirazioni e sviluppo industriale iscritto nel nostro immaginario, eppure già frantumato in un più contemporaneo panorama di crisi aziendali, cessioni di brand, acquisizioni internazionali.
Ricostruire il pantheon immaginifico di quel Carosello oggi è semplice, Youtube ha riportato in vita il senso di un Paese che in vent’anni di pubblicità (1957-1977) è passato dal ricordo delle grandi guerre all’incubo del terrorismo, dal mito della rivalsa sociale ai segnali preoccupanti della crisi energetica.
Nel mezzo, la voglia di crescere.
E la capacità creativa degli italiani che aveva generato un sistema economico vivace, oggi ceduto in gran parte alle logiche del mercato globale e ai suoi padroni lontani.
AVA COME LAVA!
Per tutti
Calimero è un simbolo potente dell’epoca. “Tutti ce l'hanno con me perché sono piccolo e nero, è un'ingiustizia però...” diceva il pulcino commuovendo grandi e piccoli.
Fino a quando una voce calda lo rassicurava: sei solo sporco.
Lieto fine e slogan immortale “Ava come lava ! ”. Era Mira Lanza l’azienda che aveva creduto fin dal primo giorno negli spot tivù, e anche qui il salto alla cronaca odierna racconta di una trattativa in corso per salvare gli 81 posti di lavoro dell’impianto veneto: la proprietà è della multinazionale tedesca Reckitt Benckiser, i
sindacati se la vedono col direttore generale Rajan Andrade in arrivo dagli Emirati Arabi (e con le superprestazioni del Vanish).
In Germania, con Calimero, è finita pure la famosa “Brava brava Mariarosa, ogni cosa sai far tu”.
Più precisamente, il Lievito Bertolini è entrato nel gruppo teutonico Cameo e lì resterà fino a eventuale cessione.
Com’è già successo allo Stock ‘84, nato a Trieste nel 1884, lanciato dal trio Tognazzi-Vianello-Mondaini,
acquisito  dalla tedesca Eckes nel 1991 e rivenduto agli americani della Oaktree nel 2007: lo stabilimento
cittadino è stato delocalizzato lo scorso maggio nella Repubblica Ceca.
E sull’alcool d’epoca, la memoria si scioglie in lacrime amare.
Dal Cynar di Ernesto Calindri alle coppe in cui frizzava lo spumante Cinzano, per arrivare al bicchierino
di Biancosarti e al più sbarazzino Aperol , ormai c’è un solo nome in ballo: Cinzanogroup.
Ovvero una delle rare multinazionali made in Italy con 45 marchi e bilanci miliardari, controllata da
una  silente (quanto litigiosa) famiglia italiana, capitanata da Luca Garavoglia.
Che però, per macinare profitti, si affida al monolitico amministratore delegato Bob Kunze - Concewitz :
“Nel primo semestre del 2012, con riferimento all’Europa, la nostra performance è stata impattata
dalla transazione sulla nuova piattaforma commerciale in Russia, da una disputa commerciale in
Germania, e, infine, dal progressivo deterioramento del clima di fiducia in Italia” ha spiegato il manager commentando i recenti traguardi.
Altro che logorio della vita moderna. Idem per la vecchia cara China Martini, emigrata alle Bermuda
per contrarre un conturbante matrimonio con Bacardi, leader mondiale di rum e affini.
Ma l’esterofilia veteropopolare non finisce qui.
Susanna Tuttapanna? È diventata il formaggino prima Kraft, poi Lactalis (Francia).
Il Dado Star per cui Totò e Aldo Fabrizi recitavano ammiccanti “mi faccio il doppio brodo”? Alla spagnola Gallina Blanca.
Geografie sconvolte da incroci economici e societari: le pentole Lagostina , con il geniale personaggio Linea, ostentano l’origine di Omegna, ma afferiscono al Groupe Seb (ancora Francia), le lavatrici Ignis sono della Whirpool, mentre i pannolini Lines restano dispersi nel Gruppo Bolton (Olanda-Usa) che ha pure Borotalco e Brioschi l’effervescente.
Il vecchio gelato Eldorado, col suo Cocco Bill, galoppa nelle praterie Unilever tramite Algida, e lì incontra il
caro vecchio Knorr, dado amato anche dai bambini più riottosi grazie alle peripezie del Mago Esaù.
A restare marchi italiani, ma con forte accento mondialista, sono le mentine di Grisù e la gomma del Ponte (Perfetti Van Melle), mentre la Zigulì e il magico confetto Falqui sono approdati al grande mercato farmaceutico e la maison ormai marchia tutto quel che serve, chemioterapici inclusi.
CABALLERO & GRINGO
Tristezza?
Concretezza. Basta scorrere l’elenco dei marchi assorbiti dal pantagruelico Nestlè, roba da far sognaretutti i nati tra i Sessantae i Settanta: Buitoni, Maggi, Gelati Motta, Formaggino Mio, Kit Kat, Smarties, Polo, Galak, Baci Perugina, Orzoro.
E se state pensando a Orzobimbo, niente da fare: quello è andato al megagruppo francofilo Nutrition e Santè.
Tantomeno vi consolerete con l’omino Plasmon, che risponde alla Heinz, azienda specializzata nel ketchup di Pennsylvania, mentre la scatoletta Simmenthal è ormai un vanto Kraft.
Quanto al settore olio d’oliva, con quelle belle bottiglione verde scuro che facevano tanto moderno sulla tavola imbandita, ecco Bertolli, Sasso o Carapelli scivolate in Deoleo Spagna.
Insomma,dove diavolo saranno finiti i veri italiani di Carosello? Ci sono i piccoli come Vecchia Romagna (Gruppo Montenegro) oppure Averna, il gusto vero della vita (con aggiunta dei Pernigotti).
Ci sono quelli che si buttano sull’immobiliare e la finanza, come Fernet Branca, e quelli che rilanciano, come la Bialetti che ha appena aumentato il capitale (15 milioni di euro per non soccombere).
Qualcuno invece è diventato davvero grande.
Come Lavazza, che dai fidanzatini del Caffè Paulista (Carmencita e Caballero) è arrivato a ingaggiare George Clooney.
Oppure Barilla, Ferrero.
O il Gruppo Cremonini che ai suoi tempi – scopiazzando il motivo western Ringo di Adriano Celentano – aveva composto la canzoncina dedicata al Gringo: “Laggiù nel Montana tra mandrie e cow boys, c'è sempre
qualcuno di troppo tra noi”. Adesso, in giro, non è rimasto più nessuno.