sabato 31 dicembre 2011

Cattive abitudini a Cosenza

In questa lettera di un cittadino indirizzata al direttore del Corriere della Calabria, si evince con forza la cattiva abitudine da parte del comune di Cosenza di favorire prioritariamente e gratis le autorità cittadine nelle prime degli eventi del teatro Rendano e non solo mentre colui che scrive, Riccardo Filici, mette giustamente in paragone con altre realtà quale quella della Milano di Giuliano Pisapia dove lo stesso ha abolito tutte le tessere e i biglietti omaggio per gli spettacoli della Scala, mentre sembra ancora radicata questa cattiva abitudine a Cosenza, oltretutto dove molte non si registra nonostante tutto il pienone, e si chiede il lettore, sindaco, forse il nostro Teatro (Rendano) è più ricco della Scala?

venerdì 30 dicembre 2011

«La metro? È un imbroglio»

  1. Nella foto in ordine: Vittorio Cavalcanti sindaco di Rende (cs), Mario Maiolo e Sandro Principe consiglieri regionali, Cinzia Gardi e Carlo Guccione consigliere regionale
    1. I consiglieri del Pd accusano: Scopelliti continua a mortificare Cosenza
    Servizi di Saverio Paletta su Calabria ora del 29/12/2011
    Da copione l’incontro di ieri dei consiglieri regionali cosentini del Pd: attacco tosto - gestito a tre voci
    da Sandro Principe, Mario Maiolo e Carlo Guccione - alla giunta Scopelliti e difesa dell’area urbana di
    Cosenza, di cui la metropolitana leggera, di cui i democrat temono il ritardo, dovrebbe essere il tassello iniziale. Da copione pure l’annunciata partecipazione di Carlo Guccione, a completo agio tra i colleghi. Assente giustificato Mario Franchino «che comunque combatte la nostra stessa battaglia», ha precisato il capogruppo del Pd. Da copione, ma non troppo, lo scenario: l’hotel San Francesco di Rende, chéz Sandro Principe. Il che dalla scena potrebbe portare dritto al retroscena: un Pd cosentino che, almeno a palazzo Campanella, inizia a compattarsi e a usare una voce sola. E l’occasione è stata offerta dal mancato avvio del bando per la metropolitana leggera. Che nel Principe-pensiero assume pure aspetti “ideologici”, perché fa tutt’uno con il concetto di area urbana e, in prospettiva, di città unica. «Il nostro è un lamento culturale», ha esordito il capogruppo regionale del Pd, «dovuto al fatto che l’idea di area urbana è in arretramento con l’attuale amministrazione di Cosenza», accusata di “cosentinismo”. E il dibattito sulla metro, annunciata a febbraio e finora mai appaltata (mentre l’appalto della metro catanzarese è partito proprio ieri), a dispetto di un cronoprogramma rigido, sarebbe il sintomo più importante di questo vento mutato, di cui Principe vede la premessa «nei fondi Pisu, che rischiamo di perdere per le decisioni di Mario Occhiuto di non completare le infrastrutture comuni all’area urbana» e le intenzioni «in una consonanza tra Palazzo Alemanni e Palazzo dei Bruzi». Il big del socialismo rendese si è fermato qui («non facciamo dietrologie ma ci basiamo su dati») e, prima di passare la palla
    a Carlo Guccione, ha chiesto «risposte chiare e certe a Scopelliti, Gentile e Mancini, perché tra la metropolitana e i Pisu la nostra area urbana potrebbe ottenere oltre 200 milioni di fondi europei che, allo stato, rischiamo di perdere». Sulla stessa linea Carlo Guccione: «La metropolitana leggera è stata lanciata dal centrosinistra, che ha le carte in regola per parlare, a differenza del Pdl e del’Udc che ostacola il processo dell’area urbana, di cui i trasporti sono l’asse portante». Un’area urbana che, «se realizzata sarebbe la più importante tra Napoli e Reggio e che l’attuale governo regionale vuole abortire». Un siluro a tripla penetrazione: da Cosenza a Reggio attraverso Catanzaro. Con il solito aplomb gelido, Mario Maiolo si è lanciato in una serie di calcoli, con cui ha spiegato due cose: innanzitutto, perché la metropolitana è stata contabilizzata mentre l’appalto langue, e poi, in punta di
    allusione, perché i fondi potrebbero finire altrove. «La Regione dovrebbe rendicontare 370 milioni di
    fondi Fesr, dai quali può defalcare le somme per le grandi opere», ha attaccato Maiolo. Infatti, «mettere a bilancio anche la metro cosentina ha consentito a Scopelliti di rendicontare “solo” 286milioni». Più piccante l’analisi dell’ex assessore sul secondo punto: «Ricordo che i sindaci arbreshe, quasi tutti cosentini, hanno protestato perché i fondi per le minoranze linguistiche, destinate anche ai loro comuni, sono stati spesi solo per le aree grecaniche». Nulla di strano, seguendo il ragionamento di Maiolo che i soldi finiscano altrove, visto che la volontà politica, secondo i consiglieri democrat è «tenere Cosenza sotto tono».

  2. Il Pd cosentino si compatta sulla metropolitana leggera

    Dopo mesi di gelo politico Carlo Guccione ha partecipato ieri a un dibattito con Principe e Maiolo


    Ciò che Cosenza divide - e divide tanto, visto che i democrat bruzi sono rimasti con poco proprio nella loro roccaforte - Catanzaro unisce. E così, dopo mesi di gelo, qualcosa si è mossa, nel Partito democratico cosentino. Infatti, ieri pomeriggio si è svolto a Rende un dibattito sulla metropolitana leggera, organizzato da Sandro Principe, il capogruppo del Pd a palazzo Campanella, al quale ha partecipato, dopo mesi di gelo politico, Carlo Guccione. Che ha dimostrato una consonanza quasi perfetta con Principe e Mario Maiolo. Il tema è di quelli grossi: la metropolitana leggera che, secondo i consiglieri bruzi, rischia di abortire perché, a differenza di quella catanzarese, non è stata ancora appaltata, a dispetto di un cronoprogramma rigido. E’ grosso pure il bersaglio: non tanto e non solo Palazzo dei Bruzi, le cui titubanze pesano comunque sui ritardi dell’opera. Ma addirittura la Regione, a cui tutti, Principe in testa, hanno rivolto un’accusa pesante: «Vogliono far fallire la nostra area urbana», di cui la metropolitana sarebbe uno degli assi portanti. L’accusa di “anticosentinismo” rivolta a Catanzaro - e quindi a Reggio - non è nuova: la si è sentita più volte in bocca ad Oliverio e a
    molti sindaci della provincia. Stavolta è cambiata la portata, visto che i democrat bruzi hanno spostato il confronto dai territori provinciali ai capoluoghi. «Un’opera pubblica non può durare tanto», ha specificato Guccione. Mentre Maiolo ha paventato il rischio che i fondi possano finire in altre direzioni: «E’ già capitato con i finanziamenti per le minoranze linguistiche, rivolti in origine anche alle aree arbreshe e finiti solo in quelle grecaniche». E’ presto per dire che il Pd cosentino scoppi di salute. Ma
    di sicuro il gruppo regionale ha dato un esempio di “disciplina” inedito da tempo, almeno sulle due sponde del Campagnano. Certo, non è casuale che il tutto si sia svolto a Rende, l’ultima roccaforte. Evidentemente, tutti i gruppi per risolvere i loro problemi cercano un Principe.

LA MAFIA? è anche nella politica...

Il pm Facciolla: Cosenza come Reggio, alla base delle connivenze interessi personali e grossi gruppi di potere che tutelano se stessi

Intervista a Eugenio Facciolla a cura di Marco Cribari e Francesco Ferro su Calabria ora del 29/12/2011

Eugenio Facciolla ha due espressioni: col sorriso o senza. Il tono di voce, invece, è sempre lo stesso, quasi baritonale. Un bel calabrese insomma. Magistrato di lungo corso, pur se ancora giovanissimo, negli ultimi 15 anni ha istruito le più importanti inchieste giudiziarie, antimafia e non, del Cosentino; prima nelle vesti di
pm della Dda catanzarese, poi come sostituto della Procura di Paola. Attualmente, ricopre il ruolo di sostituto procuratore della Corte d’appello di Catanzaro. Lo incontriamo proprio a Cosenza, la sua città, in occasione di un convegno sulla legalità a cui parteciperà come relatore. Un’occasione propizia per commentare con
lui i recenti scossoni giudiziari che hanno interessato la Calabria e che hanno messo in luce profonde
connivenze tra criminalità organizzata, politica e istituzioni.
Il comandante provinciale dei carabinieri ha affermato, di recente, che a Cosenza non c’è la mafia, riproponendo un po’ il “teorema Arlacchi” del gangsterismo.
«Io, però, ho dato una lettura diversa delle sue affermazioni. Ferace commentava provocatoriamente
l’esiguità delle denunce antiracket in città. Come a dire: se nessuno denuncia, allora vuol dire che la mafia non esiste?
Invece, la mafia esiste eccome, anche qui».
Ed è insidiosa come quella reggina?
«Sono bande organizzate che, però, si sono evolute, realizzando un salto di qualità in termini criminali.
Certo, a differenza di Reggio, la malavita cosentina è meno legata a forme tradizionali ed è poco propensa a compiere azioni eclatanti, ma ricordiamoci che solo nel 2000 qui si sono contati 24 morti. E che della vicenda s’interessò anche la Commissione antimafia di Lumia, mostrando molta sensibilità per ciò che stava accadendo a Cosenza».
Sono lontani, quindi, i tempi in cui, a torto o ragione, la città veniva considerata un’isola felice?
«E’ sempre stato uno stereotipo poco conforme alla verità. E con ciò non voglio dire che Cosenza non sia una realtà civile e al passo con i tempi. Ma le infiltrazioni, le commistioni, ci sono anche qui».
Il vescovo Nunnari ha detto che non è la politica a essere sporca ma sono sporchi alcuni uomini che fanno politica. I sospetti relativi a legami tra politica e criminalità, riguardano anche Cosenza o, salvo eccezioni, vanno circoscritti ad altre realtà calabresi?
«Il vescovo ha centrato il problema. Bisogna capire quali sono gli uomini che fanno politica e perché. C’è chi vede la politica come uno strumento per ottenere vantaggi personali. Ci sono poi degli imprenditori, o meglio ancora “prenditori”, che entrano in politica per tutelare se stessi. Di gente così ce n’è anche a Cosenza. La differenza con Reggio Calabria è che lì sono stati fatti dei grandi passi in avanti in termini investigativi.
Altrove, invece, il lavoro è appena all’inizio. Non è un caso se, da trent’anni a questa parte, nelle inchieste per usura, droga, estorsioni, ricorrono sempre gli stessi nomi».
In tutto ciò, le forze dell’ordine lanciano un grido allarme: i cittadini non denunciano.
«A Cosenza il pizzo lo pagano tutti. E questo, purtroppo, non è un mistero».
E gli amministratori pubblici, invece? Quale segnale virtuoso potrebbero dare alla gente?
«Beh, anche tra loro è difficile trovarne qualcuno propenso a denunciare. Io, personalmente in tutta la mia carriera, non ne ricordo neanche uno. La verità è che, alla fin fine, i voti servono a tutti e non si fa caso alla direzione dalla quale provengono. In generale sulle iniziative concrete prevalgono quelle “di facciata”».
Come le costituzioni di parte civile, ad esempio?
«Ad esempio. In particolare quelle nei processi antimafia, dove alla fine si impone al condannato un risarcimento che lo Stato non vedrà mai poiché, quasi sempre, si tratta di soggetti nullatenenti. La cosa
grave, invece, è che nei processi per truffa le costituzioni di parte civile servirebbero davvero e non ci sono mai. Le faccio un esempio definitivo: in questi anni sono stati incardinati numerosi processi per stangate milionarie alla 488 e non solo, culminati in condanne di primo grado e assoluzioni in Appello per intervenuta prescrizione. All’assoluzione, poi, coincide la restituzione dei beni posti sotto sequestro che, spesso e volentieri, ammontano a svariati milioni di euro. Un epilogo evitabile. Nei casi di prescrizione, infatti, la presenza delle parti civili avrebbe fatto in modo che quei soldi rimanessero nelle casse dello Stato».

Copertina Corriere della Calabria n. 29

mercoledì 28 dicembre 2011

“Soldi, truffe e doping è il calcio di sempre”

Intervista di Malcom Pagani e Andrea Scanzi a Carlo Petrini sul fatto quotidiano del 28/12/2011

Gli è rimasto qualche desiderio. “Mi piacerebbe bere un caffettino”. Ottiene una brodaglia nerastra allungata con l’acqua. Un fondo in cui leggere e diluire passato e presente. Il campo adesso è un divano, la mobilità un’illusione e l’orizzonte un muro di nebbia. “Ho tumori al cervello, al rene e al polmone. Ho un glaucoma, sono cieco, mi hanno operato decine di volte e dovrei essere già morto da anni.
Nel 2005 i medici mi diedero tre mesi di vita. È stato il calcio. Ne sono certo. Con le sue anfetamine in endovena da assumere prima della partita e i ritrovati sperimentali che ci facevano colare dalle labbra
una bava verde e stare in piedi, ipereccitati, per tre giorni.
Ci sentivamo onnipotenti. Stiamo cadendo come mosche ”. Ieri, abbattuto dalla leucemia se n’è andato anche
Sergio Buso. Saltava da portiere nella Serie A degli anni 70.
Quella raccontata da Carlo Petrini, centravanti di Genoa, Milan, Roma, Bologna e di altre stazioni passeggere: “Da mercenario che pensava solo a drogarsi, scopare, incassare assegni e alterare risultati”.
Vinse, perse, barò. Scrisse libri su doping e calcioscommesse. Fece nomi e cognomi.
Rimase solo. Il Carlo Petrini di ieri non c’è più. Il corpo che un tempo gli serviva per conquistare amori di contrabbando e tribune esigenti tra San Siro e il Paradiso, è un quotidiano inferno che gli presenta conti con gli interessi e cambiali da scontare. A 63 anni,con il vento che scuote Lucca e non lo accarezza più, non
c’è Natale o epifania possibile. A metà conversazione, mentre lamenta l’abbandono di chi un tempo gli fu amico: “Ciccio Cordova, Morini, non mi chiama più nessuno”, un segno. Squilla il telefono. La voce di Franco Baldini. Il dirigente della Roma. Il nemico di Luciano Moggi. Petrini gli parla: “Ho fatto molta chemio. Sto cercando di superare il male. Io spero, Franco. Spero ancora ”. Poi lacrima. In silenzio. Rumore di rimpianto. E di irreversibile.
Petrini, come si racconterebbe a chi non la conosce?
Un presuntuoso. Un coglione. Uno che credeva di essere un semidio e morirà come un disgraziato. Ero bello, forte, ricco, invidiato. Avevo tutto e ora non ho niente.
Perché?
I miei errori iniziarono a metà dei ’60, al Genoa. Siringhe. Sostanze. La chiamavano la bumba. Avevo 20 anni. Non smisi più. Il nostro allenatore, Giorgio Ghezzi, ex portiere dell’Inter, ci faceva fare strane punture prima della gara. Un liquido rossastro. Se vincevamo, si continuava. Altrimenti, nuovo preparato.
Cosa c’era dentro?
Mai saputo. L’anno dopo, disputammo a Bergamo lo spareggio per non retrocedere in C. Il tecnico Campatelli scelse cinque di noi come cavie. Stesso intruglio per tutti. Eravamo indemoniati. La punta, Petroni, sembrava Pelé. Vincemmo 2-0 e, in premio, ebbi il trasferimento al Milan.
Perché non vi ribellavate?
Venivamo da famiglie poverissime. Mio padre era morto a 40 anni, di Tetano. Rifiutare le punture, le pastiglie di Micoren o le terapie selvagge ai raggi X, significava essere eliminati. Fuori dal circo. Indietro, in cantina, senza ragazze o macchine di lusso. Nei nostri miserabili tinelli, con la puzza di aringa che mia madre metteva in tavola un giorno sì e l’altro anche.
Quindi continuò ad assumere sostanze proibite?
Ovunque andassi. A Roma il massaggiatore ce lo diceva ridendo: ‘A ragà, forza, fa parte der contratto’. A Milano, dove mi allenava Rocco, feci invece i raggi Roengten per guarire da uno strappo muscolare.
Non so se Nereo sapesse. Con me aveva un rapporto particolare: ‘Testa de casso, se avessi il cervello saresti un campiòn’.
Di radiazioni Roengten, secondo la famiglia, morì anche Bruno Beatrice.
Fu mio compagno a Cesena, Bruno. Se ne andò a 39 anni, a causa di una rara forma di leucemia, tra agonie e sofferenze atroci. Come tanti, troppi altri.
Si muore di pallone?
Hanno sperimentato su di noi. Non ci curavano, ci uccidevano. Vorrei sapere con quali ausili gli eroi contemporanei disputano 70 incontri l’anno.
Lei insinua.
Affermo, ma non ho le prove. Nonostante l’impegno di Guariniello, hanno nascosto tutto. Ai nostri tempi le punture le faceva chiunque e un minuto dopo, sentivi un mostro che ti sollevava e ti faceva volare.
Chi ha nascosto tutto?
Allenatori, calciatori, presidenti. Il sistema che ancora foraggia con le elemosine quelli capaci di non tradire. Gente che ogni mattina si alza con la paura e che continua a tacere anche se oggi, grazie agli ‘aiutini’ farmacologici o è una lapide con un’incisione o recita da vegetale.
Di chi parla Petrini?
Di quel piccolo uomo di Sandro Mazzola, che ha smesso di parlare al fratello Ferruccio. Di Picchio De Sisti, che nega l’evidenza nonostante la malattia. O del commovente Stefano Borgonovo. Uno che sta molto male, aggredito dalla Sla e che continua a sostenere che il pallone non c’entri nulla. Se non mi facesse piangere,
verrebbe da ridere.
E invece?
Sono triste. Vedendo come sei e come potresti essere, persino peggio di ora, ti vengono mille domande senza risposte. Parliamo di gente che non ha respirato amianto o fumi in miniera. Ha inseguito una sfera e muore nell’indifferenza in una guerra non dichiarata. Non sono un dottore, ma non può non esserci una relazione
tra le mie malattie e quelle di altri calciatori.
Prova rancore?
A volte li sogno. Con i loro sorrisi falsi. Le loro bugie. Vorrei cancellarli. Non ci riesco.
Lei fu tra i protagonisti del primo calcioscommesse, quello della primavera 1980.
E oggi succede la stessa cosa. Partite combinate, risultati compromessi, soldi gestiti dalla camorra, dalla mafia, dalla ‘ndrangheta .
La ‘ndrangheta forse uccise Bergamini. Lei ci scrisse un libro.
Che è servito per riaprire l’inchiesta, dopo più di 20 anni. Bergamini era l’ingenuo, il ragazzo pulito, smarrito in una vicenda più grande di lui. La scoprì, provò a uscirne e lo fecero fuori. Dentro la sua squadra, il Cosenza, c’era chi organizzava traffici di droga. Bergamini era l’anello debole e fu suicidato.
Nel suo libro lei ha intervistato anche il compagno di stanza di Bergamini, Michele Padovano, appena condannato per traffico di stupefacenti. Il padre del calciatore Mark Iuliano lo ha chiamato in causa.
La sua condanna non mi stupisce. A fine intervista, Padovano si alzò di scatto, mi mandò a fare in culo e provò a distruggere la registrazione. Sono sicuro che lui sappia tutto della morte di Denis. Tutto. Bergamini ne subiva l’ascendente. Del padre di Iuliano non so cosa dire, su Mark si raccontavano tante cose, non solo sulla sua presunta tossicodipendenza. Si raccontava che mandasse baci alla panchina rivolti a Montero, un’ipotetica‘prova ’della sua omosessualità.
Dica la verità. Lei ce l’ha con la Juve, fin dal 1980.
Al contrario. La salvai. Nell’80 giocavo con il Bologna. Bettega chiamò a casa di Savoldi e ci propose l’accordo. Tutto lo spogliatoio del Bologna, tranne Sali e Castronaro, scommise 50 milioni sul pareggio. Prima della partita, nel sottopassaggio, chiesi a Trapattoni e Causio di rispettare i patti: ‘Stai tranquillo, Pedro, calmati’, mi risposero.
Tutta la Juve sapeva?
Certo. Rivedetevi le immagini, sono su Youtube . Finì 1-1. Errore del nostro portiere, Zinetti e autogol di Brio. Bettega ce lo diceva, durante la partita: ‘State calmi, vi faccio pareggiare io’. La gente ci fischiava e tirava le palle di neve. Una farsa. Quando lo scandalo esplose, Boniperti e Chiusano mi dissero di scovare Cruciani e convincerlo a non testimoniare contro la Juve: se li avessi aiutati, loro avrebbero aiutato me. Fui di parola, incontrai Cruciani al cancello 5 di San Siro, ero mascherato. Una scena surreale. Lui accettò e la Juve si salvò dalla retrocessione. Ma alla fine pagai soltanto io.
Le è rimasta la possibilità di raccontare.
Neanche quella. Ho dato fastidio a gente potente. Mi hanno minacciato di morte e poi coperto con gli insulti. Per i Savoldi e i Dossena ero un bugiardo, per Rivera un pornografo. Se l’era presa perché lo descrivevo per quello che era, una fighetta. I miserabili sono loro. Mi impedirono di andare persino a parlare nelle scuole.
Zitto dovevo stare, ma non ci sono riusciti.
E la scrittura?
Mi è rimasta solo quella. Il nuovo libro, Lucianone da Monticiano, è ancora su Moggi. Il mio compaesano. Uno che pur squalificato continua a ricattare e a fare il mercato di mezza Serie A. Ma non sarà
l’ultimo.
Perché?
Mi dedicherò a ricordare mio figlio Diego. Morì a 19 anni di tumore, mentre chiedeva di vedermi e io ero in Francia, in fuga dai creditori. Non me lo sono mai perdonato. Gli farò un regalo. Proverò a sentirmi vivo. Sono distrutto e sofferente, ma non mollo. Vivere, ancora, mi piace.
Ci sarà tempo?
Non è detto. Penso sempre al giorno in cui ci sarà giustizia. Aspetto ma non viene mai.

sabato 24 dicembre 2011

Il calcio al femminile

Tratto da Bbc scienze di dicembre 2011 si chiede  se "le donne sanno giocare a calcio?" con un risultato sorprendente alla fine

giovedì 22 dicembre 2011

'A penzione

Poesia di Antonio Martire in dialetto pedacese scritta nel marzo 1972 ma molto attuale

Roppu quarant'anni e tosta fatiga
s'è penzionatu marru Mattia!
- Finarmente cce signu arrivatu,
mo' me ricriju, me tignu guardatu! -

Progettava lu buanu 'zianu
faciannu 'i cunti ccu' le rue manu
e aspettava friscu e squitatu
quann'u librettu mannava lu statu.

Passau 'n'annu ccu' 'nsistimienti,
ma sordi ha trovatu chilli fetienti.
Marru Mattia è carutu malatu,
'na 'nfluenzella ll'ha ammunzzellatu,

roppu tri jurni s'ha cuoto i filati
mannannu a fa futtere pension'e arretrati.
Mentr'era stisu 'u libretto è benuto,
cci l'hau mmisu 'ntra lu tavutu.

Marru Mattia, vatinne squitatu,
tieni 'u librettu c'ha sospirato,
'mmatriculatu, bullatu e grisu
mo' te va paghi allu paradisu.

Si nun te quatre, mintecce sale,
c'u tiampu ce pierdi a te 'ncazzare;
chissu è l'usu 'ntra chissu statu,
ca roppu muartu, si accuntentatu.

Con il video della poesia letta dal fu sindaco di San Fili (Cs) Alfonso Rinaldi